From the monthly archives: July 2011

L'attività economica nasce e si sviluppa nello spazio e nel tempo secondo rigidi principi: a seconda che un territorio disponga o meno dei fattori produttivi necessari per realizzare un determinato bene, da questo deriverà un vantaggio o uno svantaggio competitivo. 

Da questo punto di vista l'Italia si  è sempre trovata in  svantaggio per ragioni oggettive, derivanti dalle sue croniche debolezze strutturali ( come nel caso, solo per citare un esempio, della carenza di materie prime ) e da un mercato internazionale spregiudicato e senza regole che non consente di competere ad armi pari sul fronte della globalizzazione.

La ricerca dunque di un altro modello di sviluppo e di un rinnovato equilibrio fra economia, società e territorio è diventata una priorità, perchè la folle ricerca della competitività ad ogni costo non ci garantisce la sopravvivenza in un'economia di mercato globalizzato, ma rischia bensì di provocare un pesante scollamento sociale che non ci possiamo permettere. E non ce lo possiamo permettere anche per ragioni di opportunità. il patrimonio ambientale e culturale dell'italia infatti, unito  al suo tessuto produttivo costituito da micro, piccole e medie imprese manifatturiere ed artigianali, rappresenta un punto di forza su cui fare leva per innescare un nuovo modello di economia e di società a nostra immagine e somiglianza, dunque a misura d'uomo.

Si tratta quindi di trovare nel più breve tempo possibile un nuovo punto di equilibrio passando da un'economia di mercato ad un'economia "da" mercato, che riparte cioè dal territorio e dal suo mercato locale, dalle sue specificità e dalle sue eccellenze. Un equilibrio che non mira al mantenimento di un livello di benessere meramente economico e ormai divenuto francamente insostenibile, bensì alla coesione  sociale e allo sviluppo armonico della comunità e delle relazioni. Un equilibrio fatto di elementi intangibili come la felicità dell'individuo .

 

Sembra che oggi, in tempo di crisi, la piccola dimensione costituisca un punto di debolezza e non di forza. La competizione internazionale e la globalizzazione costringono sempre più aziende a ristrutturarsi e a crescere pensando "in grande". A quanto pare il motto "crescere per non morire" è diventata un'ossessione per i nostri imprenditori e politici. Ma è proprio così?

Esiste anche il detto "piccolo è bello" e il nostro paese, con la sua economia caratterizzata da una presenza diffusa di micro, piccole e medie imprese, ne ha fatto il suo punto di forza e un modello da imitare. Noi, per la nostra indole e storia, sappiamo far bene le cose difficili, che richiedono tempo, perizia e cura dei dettagli.

Certo siamo anche il paese degli imprenditori improvvisati e talvolta degli avventurieri che, sprecando a volte una buona idea, cercano il successo e il facile guadagno senza avere le basi necessarie per imboccare nel modo giusto il proprio cammino. Già, perchè di un cammino si tratta e non di una corsa, un lungo cammino fatto anche del sudore e delle lacrime di chi, prima di noi, ci ha preceduto con la sua perizia e ci ha lasciato un preziosissimo patrimonio di conoscenze.

Dunque bisogna distinguere il "piccolo e bello" dal piccolo e basta, l'artigiano dall'improvvisato, l'artista dal dilettante. E le istituzioni dovrebbero cambiare il loro modo di agire politico sostenendo questi imprenditori virtuosi che spesso non hanno bisogno di denaro ma solo di essere ascoltati. Perchè loro non hanno bisogno di crescere e produrre profitti a qualunque costo: loro sono già ricchi per quello che sono e per quello che rapprentano. 

Pubblico anche qui un articolo in inglese di E Cat World e che trovate anche sul mio blog E-Cat News . Riflette esattamente il mio pensiero; il catalizzatore di energia potrebbe essere l'invenzione più significativa dagli albori della rivoluzione industriale ( ma mi spingerei fino alla scoperta del fuoco, come dice il mio amico Ernesto nel suo divertente post 'La Crociera' che ho pubblicato nei giorni scorsi ).

Forse siamo davvero alla vigilia di uno straordinario evento che farà uscire l'umanità dai gorghi di uno sviluppo insostenibile.

Ancora pochi mesi e lo sapremo…..

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Lo shuttle verde-nero si fermò al termine della monorotaia di atterraggio A21 dopo la lunga planata di aggancio iniziata a 10 miglia dal moonport di Roma. Il sistema automatico di allineamento e aggancio alla monorotaia a levitazione elettromagnetica era completamente automatizzato e sicuro consentendo agli shuttle, ormai a oltre un decennio, di viaggiare senza pilota. Ciò malgrado , il momento dell’atterraggio era sempre emozionante e mia moglie Krymi  mi strinse forte la mano destra e chiuse gli occhi per qualche secondo. Mia figlia Siria no, non aveva nessuna paura perché non aveva vissuto l’epoca degli aeroplani a reazione e degli atterraggi difficili; era solo emozionata per la sua prima vacanza sulla terra, là dove erano nati i suoi genitori e dove si era sviluppata la nostra civiltà. 

La terra, dopo quasi 50 anni di bonifiche ambientali e di emigrazione controllata della popolazione verso la luna, era tornata un paradiso.

 

 

Nella mia concezione etica dei rapporti fra gli individui le aziende e la società, vorrei dare il mio modesto contributo per lo sviluppo del nuovo approccio di marketing che ho voluto definire di Slow Marketing.

Il termine non è nuovo ( vedi la sua definizione in inglese su wikipedia: Slow Marketing ) ma non è ancora entrato nel linguaggio comune. La definizione infatti può essere considerata piuttosto forzata se non addirittura antitetica rispetto a quella classica che indica come obiettivo dell'azione di marketing aziendale la massimizzazione del profitto nel più breve tempo possibile.

Al fine di arrivare ad una definizione quanto più condivisa e chiara del termine e della funzione di Slow Marketing nelle aziende e nelle organizzazioni ( anche al fine di chiarire meglio la figura professionale di chi deve come me proporsi ad imprenditori, organizzazioni e istituzioni e "far capire" questo nuovo approccio ), ho pensato di aprire una discussione fra quanti sono interessati al tema e ovviamente a coloro che operano in questo campo dell'economia.

Vi invito dunque a a commentare questo articolo e a dare un vostro contributo sul sito italiano di Wikipedia, dove alla voce Slow Marketing ho inserito la seguente definizione di massima:

Slow Marketing è un termine che trae origine dal movimento Slow Food di Carlo Petrini che con la sua organizzazione propugna un cambiamento culturale volto ad un rallentamento dello stile di vita degli individui allo scopo di riscoprire il valore della qualità e delle tradizioni in campo eno-gastronomico contro il dilagare del consumismo frenetico da fast food.

Nel corso del tempo il termine è stato utilizzato in molti settori ( Slow City, Slow design, Slow living ) ed ha assunto una connotazione più ampia che viene comunemente definita Slow Movement.

Evelyn Rodriguez, un marketer e blogger, potrebbe essere stato il primo a coniare il termine di Slow Marketing sul web. In un post del 2006 intitolato 'Slow Food, Sex Slow, Slow Travel…Slow Marketing', lo descrive come un marketing lento basato sulle esigenze dei singoli individui nei loro rapporti umani piuttosto che su quelle del consumismo di massa.

Lo Slow Marketing è uno strumento di marketing che si caratterizza quindi per essere orientato all'individuazione e al soddisfacimento primario del bisogno di appartenenza e di relazione dell'individuo, utilizzando una comunicazione più etica e meno persuasiva con il cliente. Può essere anche definito come un approccio di marketing 'sostenibile' che viene adottato da imprese ed organizzazioni il cui obiettivo è quello di creare valore per gli individui e la collettività prima che per l'impresa e l'imprenditore.

 

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Di Ernesto Seligardi

Quando ero ragazzo esisteva "Urania", una collana di racconti di fantascenza editi da Mondadori, che hanno contribuito non poco al modesto risultato del mio esame di maturità: leggevo Asimov e Clark, anzichè Carducci o Pascoli.   Oggi sembra che alcuni di quei racconti si possano trasformare in realtà. L’e-Cat, meglio l’Hyperion, rende concreto il sogno [...]

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Quelli meno giovani come me si ricorderanno che oltre vent'anni fa, e precisamente nel 1989, gli scienziati americani Fleischmann e Pons rivelarono al mondo di essere riusciti a realizzare la cosiddetta 'fusione nucleare fredda'. Non era vero, ma la notizia suscitò un enorme interesse in tutto il mondo ed il motivo era più che ovvio: nasceva la speranza di poter produrre energia pulita a basso costo e in grandi quantità nella più assoluta sicurezza e senza il problema dell' eliminazione delle scorie radioattive.

In tutti questi anni la discussione ha continuato a tenere banco nel mondo scientifico fra i sostenitori e detrattori della teoria. A riportare prepotentemente al centro dell’attenzione questo argomento sono stati due italiani: Sergio Focardi, professore emerito di Fisica presso l’Università di Bologna, e Andrea Rossi, un ingegnere bolognese. In sintesi, la loro scoperta permette di produrre energia nucleare utilizzando una barra di nichel e gas idrogeno riscaldati ad una temperatura intorno ai 100.

Risale a pochi giorni fa la conferenza stampa tenutasi ad Atene ( è in Grecia che infatti verrà realizzato entro novembre il primo impianto nucleare a fusione fredda ) in cui essi hanno presentato l' E-Cat, il catalizzatore di energia alimentato con una fusione a basse temperature che potrebbe rivoluzionare il mondo.

Restano da attendere le conferme scientifiche sull’effettiva efficacia di questo processo che per ovvi motivi ( la pratica di brevetto non è ancora conclusa ) è coperto almeno in parte da segreto industriale.

Il documentario che segue spiega molto bene la vicenda e se siete interessati come me a seguire questa storia straordinaria che è stata praticamente ignorata dai media, potrete seguirla sul mio blog www.ecatnews.net che ho appositamente realizzato per raccogliere tutte le notizie sugli sviluppi del progetto.

Il link permanente al blog lo potete trovare anche nel menu di questo sito.

Se siete dei sognatori come me, incrociate le dita perché tutto questo si avveri: il mondo ha un disperato bisogno di energia pulita e anche se io sono un sostenitore della decrescita controllata, non sono così ottuso da precludermi l'idea che l'uomo non sia ancora arrivato al capolinea.

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Ieri ho partecipato ad un'interessante 'Open Day' organizzato alla Triennale di Milano da The Reinassance Link, l'associazione 'neo-rinascimentale' che cerca di rimettere al centro del pensiero economico capitalista valori come etica, estetica, centralità dell'uomo e del suo territorio, cultura del fare, artigianalità, sperimentazione, innovazione. Il tutto al fine di realizzare in Italia un nuovo modello di capitalismo responsabile, dove il vero plusvalore non è il profitto economico di pochi ma il benessere della collettività e lo sviluppo armonico delle relazioni fra gli individui.

Si sono alternate le presentazioni di alcuni progetti, opere, libri e storie di personaggi molto interessanti che spaziano dal nuovo modo di fare informazione sul web in modo etico e indipendente di ETicaNews, al Taccuino Mediterraneo di Stefano Petrucci dove il valore delle parole e di un nuovo modo di 'comunicare mediterraneo' si fonde con quello della carta, realizzata artigianalmente con materie prime ed ingredienti del  Mare Nostrum, su cui vengono scritte.

Sull'esempio del Rinascimento fiorentino, la sfida è dunque quella di aiutare nuovi talenti e imprenditori illuminati che sappiano accompagnare il nostro paese fuori dal tunnel di una crisi economica e di valori che rischia di precipitare l'Italia in un lungo periodo di oblio, di decadenza e di oscurantismo.

Abbiamo ormai capito che non possiamo competere con paesi come India e Cina se non ripartendo dalle nostre peculiarità e dalle nostre radici. Meglio rallentare e ripensare in piccolo piuttosto che proseguire nella competizione suicida in nome della crescita voluta da un capitalismo globalizzato e senza scrupoli.

A differenza di quanto avvenne nel Riascimento, oggi la consapevolezza di questi temi è patrimonio comune di una larga parte della popolazione, e l'elite intellettuale che si sta adoperando per diffonderli ha l'opportunita di veder realizzato il sogno di una rinascita, morale prima che economica, in tempi più brevi di quanto si possa immaginare. 

Avanti dunque sulla strada di un nuovo umanesimo che sappia sviluppare quelle eccellenze che ci hanno resi famosi nel mondo. Eccellenze di tipo culturale, artistico, ambientale, sociale e infine anche economiche, perchè la bellezza del nostro paese non è in vendita.  

Per approfondire: 

http://www.therenaissancelink.com/

Come diciamo spesso ai concerti, quando intoniamo la canzone del Signor G., noi non ci sentiamo italiani o meglio non ci sentiamo rappresentati da questi italiani.

La politica è morta con l’avvento della televisione, quando negli anni Settanta alla piazza si sostituisce la poltrona, che lentamente allontana in modo inesorabile la politica dalle masse. A partire dagli anni ’80, grazie al dilagarsi della corruzione, le competizioni elettorali e i partiti si svuotano progressivamente di significato politico sino al punto che negli anni ’90 si capovolge, anche, il rapporto tra politica e organizzazioni criminali, nel senso che ormai sono queste ultime ad avere il sopravvento, proprio perché il loro potere si fonda su uno stretto rapporto col territorio. Economicamente sono riuscite ad accumulare un enorme potere finanziario grazie al narcotraffico e agli appalti pubblici, mentre politicamente, attraverso i loro canali e il radicamento sul territorio, hanno organizzato il consenso elettorale dei politici e degli amministratori sino al punto, oggi, di arrivare al governo centrale.

Ecco che allora in modo inversamente proporzionale allo scadere della politica hanno acquistato sempre più peso personaggi e figure che non venendo direttamente dalla politica, sono stati capaci di riconquistare la fiducia delle persone avendo come garanzia la propria esperienza e storia personale, ritornando appunto a fare politica tra la gente. Basti pensare a Beppe Grillo, a Sonia Alfano – figlia di Beppe, ultimo cronista ammazzato dalla mafia –, che speriamo nel 2012 si candidi a sindaco di Palermo, al neo sindaco De Magistris che è riuscito, in modo trasversale, a mobilitare la cittadinanza attiva di Napoli, e a porsi contemporaneamente come alternativa sia alla destra, che al vecchio sistema bassoliniano, così come l’ex magistrato, oggi del tutto istituzionalizzato, Antonio Di Pietro. Liste civiche, movimenti e partiti “incazzati” che, sfruttando le possibilità offerte della rete e dai new media, cercano di dare una risposta al drammatico vuoto della politica italiana non senza una bella dose di romanticismo, idealismo e populismo. La politica come un serpente sta cambiando pelle per adattarsi ai nuovi tempi; ha capito che per riacquistare credibilità deve, rifiutare la propria istituzionalizzazione, e riportare l’arte della retorica al senso e al significato di polis.

Il degrado della politica ha finito, sempre più spesso, per delegare i propri doveri a giornalisti, scrittori, trasmissioni televisive e artisti. Gli unici ad avere ancora un appeal sulle nuove generazioni sempre più sfiduciate da un governo a dir poco vergognoso e lontano anni luce dai suoi bisogni e dai problemi reali del paese. Quindi non c’è da meravigliarsi se per il premier la sconfitta elettorale è da attribuirsi alla visione distorta che certi media e in particolare la trasmissione Annozero, hanno dato delle città in cui si votava. Una tesi sostenuta anche dal giornalista Luca Ricolfi su La Stampa, dove dichiara che, giudicando dai dati, sembra proprio che le elezioni siano state vinte dal cosiddetto partito di Santoro e dai suoi super ospiti. E ieri è arrivata l’ennesima conferma: salta il suo contratto con La7.

Santoro dichiara: “Siamo di fronte a una nuova, eloquente e inoppugnabile prova dell’esistenza nel nostro Paese di un colossale conflitto di interessi un accordo praticamente concluso, annunciato dallo stesso telegiornale dell’editore coinvolto, apprezzato dal mercato con una crescita record del titolo, viene vanificato senza nessuna apprezzabile motivazione editoriale. Naturalmente non possiamo fornire le prove dell’esistenza di interventi esterni, ma parla da solo l’interesse industriale che avrebbe avuto La7 a ospitare un programma come il nostro nella sua offerta” e conclude dicendo che l’Italia per tornare a crescere “deve liberarsi del conflitto di interesse e di tutti coloro che non hanno avuto il coraggio di opporgli le ragioni della libertà di opinione e della libertà di mercato”.

Ma perché Santoro fa così paura? Non per le cose che dice, o meglio non solo per quelle, ma per come le dice, infatti, anche la Gabanelli, così come Lerner e in parte Floris possono definirsi dei militanti dell’informazione, ma non hanno il suo successo. Santoro e il suo entourage parlano un linguaggio televisivo spettacolare, che li ha resi vere e proprie star, riescono a parlare alle masse e a far passare la “realtà”, attraverso la macchina dell’apparenza, senza che ne sia compromessa, ma anzi potenziata. Un vero e proprio esproprio proletario-televisivo.

Paradossalmente, Annozero, ha riesumato la politica attraverso il suo carnefice. Un successo avuto solo dalla trasmissione Vieni via con me che, pur senza una conduzione e una regia spettacolare come quella di Santoro & Company, grazie a Roberto Saviano è riuscita, in prima serata, a veicolare contenuti impensabili prima d’ora. Il successo che li accomuna non è un caso: lo stesso discorso fatto per Santoro vale anche per Saviano. Il bestseller Gomorra ha raccontato cose e fatti che in tanti già conoscevano e avevano raccontato, ma lo ha fatto con un linguaggio dirompente, nuovo, capace di arrivare a chiunque per sino ai ragazzi di “sistema” che non avevamo mai letto un libro in vita loro.

Quindi nell’era della globalizzazione e dell’apparenza vince chi riesce a parlare con i codici e i linguaggi di oggi, e cioè a “usare” la comunicazione per veicolare la merce più rara: la “verità” (come testimonia il successo de Il Fatto Quotidiano). Perdendo Santoro, non perderemo solo la possibilità di capire meglio il mondo che ci circonda e una voce libera per una seria e plurale informazione che tutti decantano ma nessuno difende (inquietante il silenzio della stessa opposizione che non volle risolvere, quando poteva, il conflitto d’interessi); ma perderemo la vera opposizione di questo paese. L’unica capace di rendere “patrimonio collettivo” storie che raccontano e mostrano una realtà che si vuole ad ogni costo nascondere.

Ma siamo fiduciosi perché il più grande contributo di Santoro all’informazione di questo paese è stato quello di rendere liberi i propri telespettatori, liberi di alzarsi Tutti in piedi dalle proprie poltrone per ritornare a far sentire la propria voce nelle piazze…

Clicca qui per vedere il video incorporato.

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