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Premesso che non sono un’economista pur avendo fatto studi di economia e che nella mia vita lavorativa mi sono per lo più occupato di marketing, prendo spunto da un bell'articolo di Federico Rampini su La Repubblica ( “La Teoria Monetaria Moderna ci salverà dalla Grande Contrazione?” per dire che considero la Teoria Monetaria Moderna ( Modern Monetary Theory ) una risposta molto efficace, forse l’unica, per uscire dall’ attuale situazione di crisi che attanaglia l’Europa.

Sostenuta fra gli altri dall’economista americano James Kenneth Galbraith, essa trae origine e ispirazione dal pensiero di Keynes e, come tutte le teorie macroeconomiche, cerca di spiegare la struttura, il funzionamento e il comportamento delle economie nazionali. In sostanza secondo questa teoria, quando l'economia è in recessione, il governo dovrebbe intervenire e spendere soldi per fermare il declino, assegnando un ruolo benefico al deficit e al debito pubblico. Un vero pugno nello stomaco per chi pensa che il debito pubblico oltre il 60% del PIL sia un cancro da estirpare a qualunque costo.

Senza entrare nel merito della Teoria Monetaria Moderna ( non ne ho la presunzione ), essa riaccende la speranza per le nazioni più indebitate ( come la nostra ) che troverebbero una via d’uscita dalla crisi meno traumatica di quella che i paesi “virtuosi” come la Germania ci vogliono imporre.

Ma per applicarla è necessario che la banca centrale europea, o le banche nazionali, abbiano il potere illimitato di finanziare il deficit stampando moneta cosa che oggi nell’ Eurozona non si può fare. Perchè ciò sia possibile è quindi indispensabile che l’unione monetaria diventi al più presto unione politica  e che un governo sovranazionale applichi la Teoria Monetaria Moderna a scapito di quella neoliberista che ha ispirato il Trattato di Maastricht e l’attuale politica miope del “ rientro forzato dal debito”.

Da europeista convinto ho già espresso il mio pensiero su questo tema nel mio precedente articolo ( "Prima la Confederazione Europea, Poi gli Stati Uniti D’Europa" ) e auspico che alle prossime elezioni politiche si formi una grande coalizione che metta al primo punto del suo programma il progetto di Confederazione Europea.

Una coalizione di italiani contro la crisi per vincere in Italia e in Europa.


 
GIUSEPPE MAZZINI il 15 aprile 1834 fondò a Berna la Giovine Europa. La Giovine Europa rappresentò un interessante esperimento di affermazione dei principi di fratellanza e associazione internazionale, un tentativo di organizzare una "santa alleanza" dei popoli in contrapposizione alla Santa Alleanza dei sovrani.

 
Oggi l' Unione Europea si trova ad affrontare la Santa Alleanza fra i debiti sovrani e la speculazione finanziaria internazionale e i singoli stati devono, senza indugi, uscire dal proprio isolamento ed egoismo nazionale ( o addirittura infra-nazionale, con le spinte secessionistiche che conosciamo ), per unire le proprie forze contro la crisi e per affrontare con decisione le sfide della globalizzazione. Certo nessuno si può illudere, solo grazie a questo rinnovato sforzo unitario, di uscire in tempi brevi dalla profonda crisi che attanaglia il mondo occidentale e  di poter ricominciare a crescere come prima. La globalizzazione dei mercati e delle idee è inarrestabile così come il diritto dei paesi emergenti di continuare a crescere a scapito di noi europei e occidentali. Da tempo stiamo progressivamente cedendo parte della nostra ricchezza e del nostro reddito a favore dei paesi emergenti. In un mercato globalizzato la ricchezza e il reddito, secondo il noto principio dei vasi comunicanti, non può che ridistribuirsi su tutto il pianeta. Ed è giusto che sia così.

E' arrivato il momento per i tre grandi paesi che hanno contribuito a fondare l'attuale Unione Europea, Francia, Germania e Italia, di dare l'impulso per la nascita della Confederazione Europea. Molti altri stati, a partire da quelli dell’Eurozona, li seguiranno. Non lo farà probabilmente il Regno Unito che sappiamo non essere mai stato europeista fino in fondo e che continua a porre il proprio veto ad una politica comune sulle transazioni finanziarie. La City di Londra, d’altronde, per continuare a prosperare sui mercati finanziari vuole avere le mani libere e rimanere una porta d’accesso ai capitali di tutto il mondo. E con il rallentamento progressivo della crescita dell'Europa, i principali avversari di Londra sono ormai i mercati asiatici, non Francoforte e Parigi e nemmeno New York.

Una confederazione di stati e non una federazione di stati ( Stati Uniti d’Europa ). La federazione è un passo molto più impegnativo che potrà avvenire in una seconda fase, quando saranno maturi i tempi di un'unione più forte e profonda. L'evoluzione verso lo stato federale sarà comunque inevitabile perché le confederazioni rischiano di essere degli organismi instabili che, se non evolvono  verso una vera federazione, c’è sempre il rischio che si riaffermino le singole sovranità statali sugli organismi confederali. Non commettiamo l’errore degli Stati Uniti ai tempi della guerra civile americana (1861-1865) e, più recentemente, dell’ex federazione jugoslava, che vollero affrettare i tempi di uno stato federale.

Ci vorrà dunque tempo perché la Confederazione Europea possa portare ad una rinascita del vecchio continente, ma solo grazie al suo potente sforzo collettivo sarà possibile immaginare un futuro migliore per noi ma sopratutto per i nostri figli. E perché sia migliore sarà necessario mettere in campo anche la forza delle idee. Perché la vera sfida  non è quella di tornare ad essere i primi della classe in campo economico, ma quella di immaginare un nuovo modello di società che sappia spingersi oltre il miraggio di una crescita infinita e la strenua difesa di un benessere materiale ormai insostenibile. Un equilibrio fatto di elementi intangibili come la felicità dell'individuo .

Ho letto diversi libri sul pensiero creativo e fra questi quello che preferisco è "Inventarsi la Vita" ( Manifest Your Destiny ) di Wayne Dyer. Questa corrente di pensiero è nata nella seconda metà dell'800 ('New Thought') ma le sue origini risalgono in realtà al cristianesimo e al buddismo. Come al solito gli americani ne hanno fatto un business e una religione (anzi, molte religioni) e a noi, che siamo così diversi, questo modo di pensare la vita non ci appartiene.

Le nostre profonde radici cattoliche, che si fondano sull'idea del peccato e della ricerca ossessiva del perdono, ci condizionano e non ci consentono di pensare in modo realmente positivo, non ci consentono di liberare totalmente le nostre energie che sono realmente infinite. Non abbiamo ancora capito che gli errori sono una parte essenziale ed inevitabile della nostra esistenza e che non dobbiamo chiedere perdono a nessuno: ne siamo stati gli artefici e abbiamo la capacità di modificare i nostri comportamenti per non commetterli di nuovo, se lo vogliamo veramente. Gli errori non sono una colpa, sono un messaggio per il cambiamento.

Questo è il nocciolo della questione: noi siamo e saremo quello che vogliamo. Noi siamo e saremo quello che pensiamo di essere. Come cambierebbe il mondo se imparassimo tutti a pensare positivamente e in modo creativo: un pensiero positivo è una forza, molti pensieri positivi sono una potenza!

E invece c'è sempre chi pensa in negativo e punta a condizionarci e a soggiogarci, facendoci sentire piccoli e inadeguati. Fanno quello che in genere si fa con i bambini, che vengono condizionati sin da piccoli anziché lasciati liberi di esprimere la propria genialità per sempre.

Non è un caso che ultimamente mi sia appassionato alla vicenda dell'E-Cat, il catalizzatore di energia nucleare di Rossi, e che abbia creato un blog su questo argomento. L'energia che produrrà sarà un'energia pulita e praticamente inesauribile, che risolverà gran parte dei nostri problemi energetici. Quello che realmente mi attira e mi appassiona di questa vicenda non sono i suoi importantissimi riflessi scientifici e pratici, ma sopratutto il movimento e il pensiero positivo che accompagna questa nuova scoperta: un pensiero che è esso stesso energia, l'energia più potente che si possa immaginare!

Credo dunque nella forza e nell'immortalità del pensiero, non in quella del corpo e dell'anima. Il pensiero è energia allo stato puro e verrà un giorno in cui ci muoveremo grazie ad esso sia nel tempo che nello spazio, senza limiti. In questo risiede la nostra immortalità: facciamo parte di un pensiero e di un'energia più grandi, di un disegno universale che trascende il nostro essere materiale, il nostro essere qui ed ora. Siamo un'energia che si trasforma in un altra.

Qualcuno potrebbe pensare che tutto questo è in contrasto con il mio pensiero sulla decrescita, che ritengo necessaria ed inevitabile. Non è così. La decrescita è uno stato temporaneo dettato dall'esigenza di riportare in equilibrio il nostro mondo dopo decenni di sfruttamento insensato. La decrescita non è la mia religione ma lo strumento per rimediare agli errori del passato e ripensare ad un nuovo modello di sviluppo. Un pensiero creativo per liberare nuove energie positive.

L'attività economica nasce e si sviluppa nello spazio e nel tempo secondo rigidi principi: a seconda che un territorio disponga o meno dei fattori produttivi necessari per realizzare un determinato bene, da questo deriverà un vantaggio o uno svantaggio competitivo. 

Da questo punto di vista l'Italia si  è sempre trovata in  svantaggio per ragioni oggettive, derivanti dalle sue croniche debolezze strutturali ( come nel caso, solo per citare un esempio, della carenza di materie prime ) e da un mercato internazionale spregiudicato e senza regole che non consente di competere ad armi pari sul fronte della globalizzazione.

La ricerca dunque di un altro modello di sviluppo e di un rinnovato equilibrio fra economia, società e territorio è diventata una priorità, perchè la folle ricerca della competitività ad ogni costo non ci garantisce la sopravvivenza in un'economia di mercato globalizzato, ma rischia bensì di provocare un pesante scollamento sociale che non ci possiamo permettere. E non ce lo possiamo permettere anche per ragioni di opportunità. il patrimonio ambientale e culturale dell'italia infatti, unito  al suo tessuto produttivo costituito da micro, piccole e medie imprese manifatturiere ed artigianali, rappresenta un punto di forza su cui fare leva per innescare un nuovo modello di economia e di società a nostra immagine e somiglianza, dunque a misura d'uomo.

Si tratta quindi di trovare nel più breve tempo possibile un nuovo punto di equilibrio passando da un'economia di mercato ad un'economia "da" mercato, che riparte cioè dal territorio e dal suo mercato locale, dalle sue specificità e dalle sue eccellenze. Un equilibrio che non mira al mantenimento di un livello di benessere meramente economico e ormai divenuto francamente insostenibile, bensì alla coesione  sociale e allo sviluppo armonico della comunità e delle relazioni. Un equilibrio fatto di elementi intangibili come la felicità dell'individuo .

 

C'era un tempo in cui la terra era in grado di soddisfare pienamente i bisogni primari della popolazione e a quell'epoca pochi davano importanza al denaro: quello che contava era avere molta terra.

Il surplus di produzione agricola fece però nascere il mercantilismo e l'idea che grazie al denaro e alla sua moltiplicazione la crescita economica potesse essere infinita. Ma con la crescita economica e il benessere, iniziò a crescere in modo esponenziale anche la popolazione.

La crescita era diventata una condanna che ci trasciniamo ancora oggi: per mantenere il benessere e un livello di reddito pro capite adeguato per la popolazione, bisogna continuare a crescere. Ma la crescita della popolazione è più veloce della crescita del PIL e non abbiamo le risorse, sopratutto energetiche, sufficienti per mantenere questo ritmo di sviluppo: la crescita può essere infinita, le risorse del pianeta no.

Siamo arrivati al punto in cui la nostra specie rischia una rapida involuzione ( molto più rapida della sua evoluzione ), a meno che non si torni a ragionare in termini di terra e di bisogni primari, non di denaro.

Serve quindi un nuovo modello di sviluppo sociale che partendo dalla consapevolezza dei nostri limiti, torni a mettere al centro il territorio in cui viviamo e le sue risorse umane prima che economiche. Anche se questo significa accettare l'idea della decrescita, riscopriremo che la terra può darci tutto quello di cui abbiamo bisogno per vivere.

Per sempre? No, solo fino a quando non scopriremo nuove e rilevanti fonti di energia pulita e a basso costo che ci consentano di riprendere, in modo sostenibile, il cammino della crescita economica.

Prendiamola come una vacanza intelligente, non come un drammatico ritorno al passato e smettiamola di raccogliere senza seminare, se non vogliamo passare inevitabilmente dall' involuzione all'estinzione della specie.