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La mia domanda di ieri a Pierluigi Bersani durante la video chat organizzata dal direttore de La Stampa Mario Calabrese era chiara: “se lei vince le primarie e diventa premier è disposto ad inserire il suo avversario Renzi nella squadra di governo?” Dopo una breve pausa Bersani ha risposto “Anche Renzi può essere utile al paese”.

Nel linguaggio di Bersani questo significa che potrebbe affidargli un posto di rilievo, così come lo affiderebbe a Mario Monti per cui ha usato nei giorni scorsi le stesse parole. E non potrebbe essere altrimenti con chi gli contenderà la vittoria alle primarie fino all’ultimo. Ricordate la lotta fra Hillary Clinton e Barack Obama per la corsa alle presidenziali degli Stati Uniti nel 2008? Una battaglia senza eclusioni di colpi e la Clinton, favorita alla vigilia, venne sconfitta da Obama che la volle al suo fianco nel suo governo  come Segretario di Stato. Dunque noi italiani non dovremmo meravigliarci se al fianco di Bersani, che si avvia a vincere le primarie del centro-sinistra, ci sarà il “Golden Boy”. D'altronde Matteo Renzi ha ribadito: “Se perdo le primarie non voglio premi di consolazione ma darò una mano a Bersani”. Cosa vuol dire? Tradotto dal politichese vuol dire che se perde non si accontenterebbe di un posto qualsiasi visto che lui e la (gioiosa?) macchina da guerra che ha messo in piedi per vincere le primarie non farebbe certo retromarcia.

Temo tuttavia che la (non?) risposta di Bersani alla mia domanda e la replica ambigua di Renzi possano nascondere un problema serio e cioè la non convita adesione del segretario e del “rottamatore” al modello democratico maggioritario e bipartitico che è stato alla base della nascita del PD e che è figlio di quello americano.

E allora? Dove vogliono andare a parare Bersani e Renzi dopo le primarie? La loro è solo pretattica elettorale o veramente pensano che non potranno mai governare insieme? Bersani e Renzi militano, fino a prova contraria nello stesso partito e prima di cercare nuove alleanze di governo ( vedi Casini o Vendola ) farebbero bene ad allearsi fra di loro. Perché se lo faranno il nostro partito schizzerà al 40% dei consensi o forse più. Con buona pace di Grillo.

Per chi vuole approfondire qui trovate la mia domanda a Bersani nella sua versione intergrale e qui il brano della video chat con la sua risposta. 

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Matteo Renzi è destinato a perdere  le primarie del centro-sinistra, almeno stando agli ultimi sondaggi. Viceversa se si presentasse alle elezioni politiche con una sua lista indipendente potrebbe portare a casa la vittoria intercettando gran parte del voto di protesta.

In questa situazione apparentemente paradossale, da bersaniano convinto vedrei favorevolmente un accordo fra Bersani e Renzi per marciare uniti verso la conquista di palazzo Chigi, qualunque sia l'esito delle primarie. D'altronde Renzi ha più volte detto che se perde accetterà la sconfitta e sosterrà il segretario nella campagna elettorale. Lo stesso Bersani è uno che vuole unire il fronte progressista e tanto meno vuole una spaccatura nel PD che porterebbe alla sua distruzione così come paventa Massimo D'Alema.

Dunque farebbe bene Bersani in caso di vittoria alle primarie a non "rottamare" Renzi e i suoi sostenitori, ma anzi a coinvolgerlo fin da subito nella sua squadra con il ruolo di futuro vice-presidente del Consiglio in pectore, includendo nel suo programma le istanze di rinnovamento della classe dirigente che arrivano dal "Golden Boy". Una squadra di ministri giovani e preparati sotto l'esperta e sapiente guida di Pierluigi Bersani. Per questo a mio parere Renzi non dovrà per nessun motivo tornare a fare il sindaco di Firenze ma dovrà essere in prima linea con il suo segretario nella battaglia per le politiche, come succede in America per chi perde le primarie ( vedi Hillary Clinton che è diventata Segretario di Stato al fianco di Obama ). Sono sicuro che così facendo il fronte progressista vincerebbe a mani basse la sfida elettorale sconfiggiendo la destra e il voto di protesta del M5S.

E se Renzi non dovesse accettare di correre al fianco di Bersani? Sarebbe l'occasione per smascherare l'avversario e la sua vera intenzione, cioè quella di affondare il PD e fondarsi un partito tutto suo. Quello che Berlusconi deve avergli consigliato durante la famosa cena di Arcore.

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Liquid Feedback è la piattaforma internet di condivisione che consente ai cittadini di esprimersi collettivamente, proponendo discutendo e votando  una proposta di legge, un programma o un tema di particolare interesse. Ritengo che al pari degli altri strumenti di democrazia che conosciamo, esso debba essere implementato da tutti i partiti per consentire a tutti gli iscritti una maggiore partecipazione. Anche se una parte della popolazione non utilizza il web e deve poter contare sugli strumenti tradizionali per continuare a fare politica, non è pensabile che un partito moderno non si doti di uno strumento così efficace per raggiungere anche l'ultimo dei propri iscritti. In attesa che i partiti tradizionali si diano una mossa, consiglio a tutti i cittadini che hanno voglia di partecipare attivamente alla vita politica di sperimentare una delle piattaforme Liquid Feedback già esistenti come quella di Servizio Pubblico che è appena nata e che io stesso utilizzo.
 
Per approfondire il tema ecco alcuni link:
 
 
 
 
 
 

 

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Premesso che non sono un’economista pur avendo fatto studi di economia e che nella mia vita lavorativa mi sono per lo più occupato di marketing, prendo spunto da un bell'articolo di Federico Rampini su La Repubblica ( “La Teoria Monetaria Moderna ci salverà dalla Grande Contrazione?” per dire che considero la Teoria Monetaria Moderna ( Modern Monetary Theory ) una risposta molto efficace, forse l’unica, per uscire dall’ attuale situazione di crisi che attanaglia l’Europa.

Sostenuta fra gli altri dall’economista americano James Kenneth Galbraith, essa trae origine e ispirazione dal pensiero di Keynes e, come tutte le teorie macroeconomiche, cerca di spiegare la struttura, il funzionamento e il comportamento delle economie nazionali. In sostanza secondo questa teoria, quando l'economia è in recessione, il governo dovrebbe intervenire e spendere soldi per fermare il declino, assegnando un ruolo benefico al deficit e al debito pubblico. Un vero pugno nello stomaco per chi pensa che il debito pubblico oltre il 60% del PIL sia un cancro da estirpare a qualunque costo.

Senza entrare nel merito della Teoria Monetaria Moderna ( non ne ho la presunzione ), essa riaccende la speranza per le nazioni più indebitate ( come la nostra ) che troverebbero una via d’uscita dalla crisi meno traumatica di quella che i paesi “virtuosi” come la Germania ci vogliono imporre.

Ma per applicarla è necessario che la banca centrale europea, o le banche nazionali, abbiano il potere illimitato di finanziare il deficit stampando moneta cosa che oggi nell’ Eurozona non si può fare. Perchè ciò sia possibile è quindi indispensabile che l’unione monetaria diventi al più presto unione politica  e che un governo sovranazionale applichi la Teoria Monetaria Moderna a scapito di quella neoliberista che ha ispirato il Trattato di Maastricht e l’attuale politica miope del “ rientro forzato dal debito”.

Da europeista convinto ho già espresso il mio pensiero su questo tema nel mio precedente articolo ( "Prima la Confederazione Europea, Poi gli Stati Uniti D’Europa" ) e auspico che alle prossime elezioni politiche si formi una grande coalizione che metta al primo punto del suo programma il progetto di Confederazione Europea.

Una coalizione di italiani contro la crisi per vincere in Italia e in Europa.


 
GIUSEPPE MAZZINI il 15 aprile 1834 fondò a Berna la Giovine Europa. La Giovine Europa rappresentò un interessante esperimento di affermazione dei principi di fratellanza e associazione internazionale, un tentativo di organizzare una "santa alleanza" dei popoli in contrapposizione alla Santa Alleanza dei sovrani.

 
Oggi l' Unione Europea si trova ad affrontare la Santa Alleanza fra i debiti sovrani e la speculazione finanziaria internazionale e i singoli stati devono, senza indugi, uscire dal proprio isolamento ed egoismo nazionale ( o addirittura infra-nazionale, con le spinte secessionistiche che conosciamo ), per unire le proprie forze contro la crisi e per affrontare con decisione le sfide della globalizzazione. Certo nessuno si può illudere, solo grazie a questo rinnovato sforzo unitario, di uscire in tempi brevi dalla profonda crisi che attanaglia il mondo occidentale e  di poter ricominciare a crescere come prima. La globalizzazione dei mercati e delle idee è inarrestabile così come il diritto dei paesi emergenti di continuare a crescere a scapito di noi europei e occidentali. Da tempo stiamo progressivamente cedendo parte della nostra ricchezza e del nostro reddito a favore dei paesi emergenti. In un mercato globalizzato la ricchezza e il reddito, secondo il noto principio dei vasi comunicanti, non può che ridistribuirsi su tutto il pianeta. Ed è giusto che sia così.

E' arrivato il momento per i tre grandi paesi che hanno contribuito a fondare l'attuale Unione Europea, Francia, Germania e Italia, di dare l'impulso per la nascita della Confederazione Europea. Molti altri stati, a partire da quelli dell’Eurozona, li seguiranno. Non lo farà probabilmente il Regno Unito che sappiamo non essere mai stato europeista fino in fondo e che continua a porre il proprio veto ad una politica comune sulle transazioni finanziarie. La City di Londra, d’altronde, per continuare a prosperare sui mercati finanziari vuole avere le mani libere e rimanere una porta d’accesso ai capitali di tutto il mondo. E con il rallentamento progressivo della crescita dell'Europa, i principali avversari di Londra sono ormai i mercati asiatici, non Francoforte e Parigi e nemmeno New York.

Una confederazione di stati e non una federazione di stati ( Stati Uniti d’Europa ). La federazione è un passo molto più impegnativo che potrà avvenire in una seconda fase, quando saranno maturi i tempi di un'unione più forte e profonda. L'evoluzione verso lo stato federale sarà comunque inevitabile perché le confederazioni rischiano di essere degli organismi instabili che, se non evolvono  verso una vera federazione, c’è sempre il rischio che si riaffermino le singole sovranità statali sugli organismi confederali. Non commettiamo l’errore degli Stati Uniti ai tempi della guerra civile americana (1861-1865) e, più recentemente, dell’ex federazione jugoslava, che vollero affrettare i tempi di uno stato federale.

Ci vorrà dunque tempo perché la Confederazione Europea possa portare ad una rinascita del vecchio continente, ma solo grazie al suo potente sforzo collettivo sarà possibile immaginare un futuro migliore per noi ma sopratutto per i nostri figli. E perché sia migliore sarà necessario mettere in campo anche la forza delle idee. Perché la vera sfida  non è quella di tornare ad essere i primi della classe in campo economico, ma quella di immaginare un nuovo modello di società che sappia spingersi oltre il miraggio di una crescita infinita e la strenua difesa di un benessere materiale ormai insostenibile. Un equilibrio fatto di elementi intangibili come la felicità dell'individuo .

Modificare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori non e' un'eresia. Non solo perché ci aiuterebbe a recuperare competitività rispetto agli altri paesi con cui dobbiamo confrontarci sui mercati internazionali, ma anche perché a ben vedere l'articolo 18 non ha mai impedito alle aziende di licenziare. Se vogliono licenziarti lo fanno comunque e non ti resta che trattare  la cifra della buonuscita, con o senza l'intervento di un giudice. Semmai l'articolo 18 è un deterrente a licenziare con leggerezza e questo principio va salvaguardato. Come? Obbligando le aziende, come dice il professor Ichino, a garantire per un congruo periodo di tempo il reddito del lavoratore licenziato in attesa che trovi una nuova occupazione. Obbligando altresì le aziende a supportarlo attraverso le società di outplacement che con opportune attività di formazione e di aggiornamento lo aiutino ad individuare nel più breve tempo possibile nuove opportunità di lavoro. E al termine di questo periodo, se non sarà stato possibile trovare una nuova occupazione al lavoratore, dovrà intervenire lo stato con il reddito minimo garantito. In cambio il  lavoratore licenziato, e chiunque si trovi suo malgrado senza lavoro, potrà essere impiegato in attività socialmente utili o per realizzare quelle infrastrutture che sono un motore straordinario per lo sviluppo e il sostegno occupazionale. Serve quindi una modifica allo Statuto dei Lavoratori che tuteli tutti e non solo quelli che un lavoro sicuro ce l' hanno già. Che definisca con chiarezza quali saranno gli ammortizzatori sociali e le giuste tutele per i lavoratori licenziati e che definisca le nuove tipologie contrattuali che, salvo casi eccezionali, dovranno essere a tempo indeterminato. Ovviamente è necessario un confronto aperto fra governo, sindacati, imprenditori e partiti politici ma temo che non sarà sufficiente: chi siederebbe al tavolo delle trattative  per rappresentare i precari? I sindacati infatti tutelano principalmente, se non esclusivamente, i lavoratori a tempo indeterminato. Non escluderei quindi il ricorso ad un referendum. Gli italiani, quando si è trattato di decisioni importanti sul loro futuro e su quello dei loro figli, hanno sempre dimostrato molta saggezza.

Sembra che oggi, in tempo di crisi, la piccola dimensione costituisca un punto di debolezza e non di forza. La competizione internazionale e la globalizzazione costringono sempre più aziende a ristrutturarsi e a crescere pensando "in grande". A quanto pare il motto "crescere per non morire" è diventata un'ossessione per i nostri imprenditori e politici. Ma è proprio così?

Esiste anche il detto "piccolo è bello" e il nostro paese, con la sua economia caratterizzata da una presenza diffusa di micro, piccole e medie imprese, ne ha fatto il suo punto di forza e un modello da imitare. Noi, per la nostra indole e storia, sappiamo far bene le cose difficili, che richiedono tempo, perizia e cura dei dettagli.

Certo siamo anche il paese degli imprenditori improvvisati e talvolta degli avventurieri che, sprecando a volte una buona idea, cercano il successo e il facile guadagno senza avere le basi necessarie per imboccare nel modo giusto il proprio cammino. Già, perchè di un cammino si tratta e non di una corsa, un lungo cammino fatto anche del sudore e delle lacrime di chi, prima di noi, ci ha preceduto con la sua perizia e ci ha lasciato un preziosissimo patrimonio di conoscenze.

Dunque bisogna distinguere il "piccolo e bello" dal piccolo e basta, l'artigiano dall'improvvisato, l'artista dal dilettante. E le istituzioni dovrebbero cambiare il loro modo di agire politico sostenendo questi imprenditori virtuosi che spesso non hanno bisogno di denaro ma solo di essere ascoltati. Perchè loro non hanno bisogno di crescere e produrre profitti a qualunque costo: loro sono già ricchi per quello che sono e per quello che rapprentano. 

Ieri ho partecipato ad un'interessante 'Open Day' organizzato alla Triennale di Milano da The Reinassance Link, l'associazione 'neo-rinascimentale' che cerca di rimettere al centro del pensiero economico capitalista valori come etica, estetica, centralità dell'uomo e del suo territorio, cultura del fare, artigianalità, sperimentazione, innovazione. Il tutto al fine di realizzare in Italia un nuovo modello di capitalismo responsabile, dove il vero plusvalore non è il profitto economico di pochi ma il benessere della collettività e lo sviluppo armonico delle relazioni fra gli individui.

Si sono alternate le presentazioni di alcuni progetti, opere, libri e storie di personaggi molto interessanti che spaziano dal nuovo modo di fare informazione sul web in modo etico e indipendente di ETicaNews, al Taccuino Mediterraneo di Stefano Petrucci dove il valore delle parole e di un nuovo modo di 'comunicare mediterraneo' si fonde con quello della carta, realizzata artigianalmente con materie prime ed ingredienti del  Mare Nostrum, su cui vengono scritte.

Sull'esempio del Rinascimento fiorentino, la sfida è dunque quella di aiutare nuovi talenti e imprenditori illuminati che sappiano accompagnare il nostro paese fuori dal tunnel di una crisi economica e di valori che rischia di precipitare l'Italia in un lungo periodo di oblio, di decadenza e di oscurantismo.

Abbiamo ormai capito che non possiamo competere con paesi come India e Cina se non ripartendo dalle nostre peculiarità e dalle nostre radici. Meglio rallentare e ripensare in piccolo piuttosto che proseguire nella competizione suicida in nome della crescita voluta da un capitalismo globalizzato e senza scrupoli.

A differenza di quanto avvenne nel Riascimento, oggi la consapevolezza di questi temi è patrimonio comune di una larga parte della popolazione, e l'elite intellettuale che si sta adoperando per diffonderli ha l'opportunita di veder realizzato il sogno di una rinascita, morale prima che economica, in tempi più brevi di quanto si possa immaginare. 

Avanti dunque sulla strada di un nuovo umanesimo che sappia sviluppare quelle eccellenze che ci hanno resi famosi nel mondo. Eccellenze di tipo culturale, artistico, ambientale, sociale e infine anche economiche, perchè la bellezza del nostro paese non è in vendita.  

Per approfondire: 

http://www.therenaissancelink.com/

Come diciamo spesso ai concerti, quando intoniamo la canzone del Signor G., noi non ci sentiamo italiani o meglio non ci sentiamo rappresentati da questi italiani.

La politica è morta con l’avvento della televisione, quando negli anni Settanta alla piazza si sostituisce la poltrona, che lentamente allontana in modo inesorabile la politica dalle masse. A partire dagli anni ’80, grazie al dilagarsi della corruzione, le competizioni elettorali e i partiti si svuotano progressivamente di significato politico sino al punto che negli anni ’90 si capovolge, anche, il rapporto tra politica e organizzazioni criminali, nel senso che ormai sono queste ultime ad avere il sopravvento, proprio perché il loro potere si fonda su uno stretto rapporto col territorio. Economicamente sono riuscite ad accumulare un enorme potere finanziario grazie al narcotraffico e agli appalti pubblici, mentre politicamente, attraverso i loro canali e il radicamento sul territorio, hanno organizzato il consenso elettorale dei politici e degli amministratori sino al punto, oggi, di arrivare al governo centrale.

Ecco che allora in modo inversamente proporzionale allo scadere della politica hanno acquistato sempre più peso personaggi e figure che non venendo direttamente dalla politica, sono stati capaci di riconquistare la fiducia delle persone avendo come garanzia la propria esperienza e storia personale, ritornando appunto a fare politica tra la gente. Basti pensare a Beppe Grillo, a Sonia Alfano – figlia di Beppe, ultimo cronista ammazzato dalla mafia –, che speriamo nel 2012 si candidi a sindaco di Palermo, al neo sindaco De Magistris che è riuscito, in modo trasversale, a mobilitare la cittadinanza attiva di Napoli, e a porsi contemporaneamente come alternativa sia alla destra, che al vecchio sistema bassoliniano, così come l’ex magistrato, oggi del tutto istituzionalizzato, Antonio Di Pietro. Liste civiche, movimenti e partiti “incazzati” che, sfruttando le possibilità offerte della rete e dai new media, cercano di dare una risposta al drammatico vuoto della politica italiana non senza una bella dose di romanticismo, idealismo e populismo. La politica come un serpente sta cambiando pelle per adattarsi ai nuovi tempi; ha capito che per riacquistare credibilità deve, rifiutare la propria istituzionalizzazione, e riportare l’arte della retorica al senso e al significato di polis.

Il degrado della politica ha finito, sempre più spesso, per delegare i propri doveri a giornalisti, scrittori, trasmissioni televisive e artisti. Gli unici ad avere ancora un appeal sulle nuove generazioni sempre più sfiduciate da un governo a dir poco vergognoso e lontano anni luce dai suoi bisogni e dai problemi reali del paese. Quindi non c’è da meravigliarsi se per il premier la sconfitta elettorale è da attribuirsi alla visione distorta che certi media e in particolare la trasmissione Annozero, hanno dato delle città in cui si votava. Una tesi sostenuta anche dal giornalista Luca Ricolfi su La Stampa, dove dichiara che, giudicando dai dati, sembra proprio che le elezioni siano state vinte dal cosiddetto partito di Santoro e dai suoi super ospiti. E ieri è arrivata l’ennesima conferma: salta il suo contratto con La7.

Santoro dichiara: “Siamo di fronte a una nuova, eloquente e inoppugnabile prova dell’esistenza nel nostro Paese di un colossale conflitto di interessi un accordo praticamente concluso, annunciato dallo stesso telegiornale dell’editore coinvolto, apprezzato dal mercato con una crescita record del titolo, viene vanificato senza nessuna apprezzabile motivazione editoriale. Naturalmente non possiamo fornire le prove dell’esistenza di interventi esterni, ma parla da solo l’interesse industriale che avrebbe avuto La7 a ospitare un programma come il nostro nella sua offerta” e conclude dicendo che l’Italia per tornare a crescere “deve liberarsi del conflitto di interesse e di tutti coloro che non hanno avuto il coraggio di opporgli le ragioni della libertà di opinione e della libertà di mercato”.

Ma perché Santoro fa così paura? Non per le cose che dice, o meglio non solo per quelle, ma per come le dice, infatti, anche la Gabanelli, così come Lerner e in parte Floris possono definirsi dei militanti dell’informazione, ma non hanno il suo successo. Santoro e il suo entourage parlano un linguaggio televisivo spettacolare, che li ha resi vere e proprie star, riescono a parlare alle masse e a far passare la “realtà”, attraverso la macchina dell’apparenza, senza che ne sia compromessa, ma anzi potenziata. Un vero e proprio esproprio proletario-televisivo.

Paradossalmente, Annozero, ha riesumato la politica attraverso il suo carnefice. Un successo avuto solo dalla trasmissione Vieni via con me che, pur senza una conduzione e una regia spettacolare come quella di Santoro & Company, grazie a Roberto Saviano è riuscita, in prima serata, a veicolare contenuti impensabili prima d’ora. Il successo che li accomuna non è un caso: lo stesso discorso fatto per Santoro vale anche per Saviano. Il bestseller Gomorra ha raccontato cose e fatti che in tanti già conoscevano e avevano raccontato, ma lo ha fatto con un linguaggio dirompente, nuovo, capace di arrivare a chiunque per sino ai ragazzi di “sistema” che non avevamo mai letto un libro in vita loro.

Quindi nell’era della globalizzazione e dell’apparenza vince chi riesce a parlare con i codici e i linguaggi di oggi, e cioè a “usare” la comunicazione per veicolare la merce più rara: la “verità” (come testimonia il successo de Il Fatto Quotidiano). Perdendo Santoro, non perderemo solo la possibilità di capire meglio il mondo che ci circonda e una voce libera per una seria e plurale informazione che tutti decantano ma nessuno difende (inquietante il silenzio della stessa opposizione che non volle risolvere, quando poteva, il conflitto d’interessi); ma perderemo la vera opposizione di questo paese. L’unica capace di rendere “patrimonio collettivo” storie che raccontano e mostrano una realtà che si vuole ad ogni costo nascondere.

Ma siamo fiduciosi perché il più grande contributo di Santoro all’informazione di questo paese è stato quello di rendere liberi i propri telespettatori, liberi di alzarsi Tutti in piedi dalle proprie poltrone per ritornare a far sentire la propria voce nelle piazze…

Clicca qui per vedere il video incorporato.

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Per la prima volta in Grecia, un documentario prodotto da parte del pubblico. Debtocracy cerca le cause della crisi del debito e propone soluzioni, nascoste dal governo e dai media dominanti.

Il film dura più di un'ora ma è un documento straordinario che stà facendo il giro del mondo.

Istruzioni: quando inizia il video click su CC in alto a destra per avere i sottotitoli in italiano.

Di Katerina Kitidi e Aris Hatzistefanou.


Debtocracy International Version di BitsnBytes

Fonte: Megachip – Democrazia nella comunicazione

Fonte originale: Debtocracy.gr

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