Approvata su Liquid Feedback – Servizio Pubblico la mia proposta per risolvere il problema della disoccupazione in Italia.
Ecco di seguito il testo della proposta che dovrà essere affinata sul piano politico e giuridico da chi se ne intende più di me. Ho lanciato il sasso nello stagno, speriamo che qualcuno se ne accorga.
La mia proposta per uscire rapidamente dalla crisi occupazionale è di offrire a tutti i disoccupati un reddito minimo garantito in cambio di lavori socialmente utili.
Si tratterebbe di una retribuzione e non di un sussidio, che consentirebbe di vivere dignitosamente in attesa di trovare un’occupazione stabile e confacente alle proprie aspettative. ll risultato sarebbe quello di avere persone che riconquistano la loro dignità e che non si sentono di peso per la società. Avremmo persone attive che per un periodo più o meno lungo farebbero un lavoro magari poco gratificante ma che proprio per questo sarebbero invogliate a cercarsi un lavoro più confacente alle loro aspirazioni nel minor tempo possibile.
Il lavoro verrebbe svolto a favore della collettività in ambito sociale, ambientale dei lavori pubblici o dei beni culturali.
Il contratto potrebbe ad esempio prevedere l’obbligo per il lavoratore di prestare la propria opera per 4 ore e di frequentare obbligatoriamente corsi di formazione e riqualificazione professionale nelle successive 4 ore.
E ora un po' di numeri. In Italia ci sono circa 2,5 milioni di disoccupati: immaginiamo di offrire loro l’opportunità di un reddito minimo garantito in cambio di lavori socialmente utili ad un salario intorno ai 750 euro netti ( per 4 ore di lavoro ). Al lordo dei contributi sociali e delle tasse porterebbe ad un costo di circa 15.000 euro l’anno per l’ente pubblico che assume. Sono 37 miliardi, da cui però dobbiamo detrarre l’esborso per gli attuali ammortizzatori sociali che ammonta a circa 10 miliardi. Parliamo dell'equivalente di una manovra finanziaria. Ma quale sarebbe l’impatto sulla crescita dell’economia e sulla società?
Un vantaggio della proposta è che si potrebbe partire in via sperimentale in qualche regione o provincia e se funziona estenderla rapidamente a tutto il paese.
+++ Aggiungo alcune considerazioni che tengono conto dei suggerimenti:
- I lavori socialmente utili, quindi di interesse generale, possono essere svolti anche da cooperative e imprese sociali sulla base di progetti approvati dall'ente pubblico promotore
- Nel caso in cui il rapporto di lavoro venga instaurato con un ente pubblico, le imposte sul reddito sono da considerarsi una partita di giro e quindi non un costo effettivo.
- E' assai probabile che il costo complessivo dell'operazione sia più basso in quanto non tutti i disoccupati vorranno accedere a queste opportunità di lavoro e preferiranno impiegare il loro tempo nella ricerca di un impiego migliore e meglio retribuito. O semplicemente non lo cercheranno.
- Le risorse per finanziare l'operazione si potrebbero trovare inserendo una norma che prevede l'obbligo per le imprese che licenziano un lavoratore per giusta causa, di pagare allo stato le spese per il suo ricollocamento. Questa potrebbe essere un'alternativa all'indennizzo attualmente previsto dalla legge. Dunque l'impatto sul bilancio dello stato è decrescente col passare degli anni ( i disoccupati attuali, che sarebbero totalmente a carico dello stato, vengono gradualmente sostituiti dai nuovi disoccupati che vengono ricollocati a spese delle imprese che li hanno licenziati ).
- Una parte dei progetti di lavoro e di riqualificazione professionale potrebbero essere finanziati dal Fondo Sociale Europeo e ai sensi della Decisione della Commissione Europea del 28 novembre 2005 riguardante gli aiuti di stato.
Tempo fa pubblicai un post “eretico” in cui mettevo in discussione l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, non in relazione al principio sacrosanto di proteggere il lavoratore da qualunque discriminazione e sopruso, ma di modificarlo nella parte riguardante il licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Adattandolo per venire incontro alle nostre aziende che si trovano ad operare in un mercato globalizzato e che per questo hanno bisogno di maggiore flessibilità, anche nei rapporti di lavoro, per essere competitive.
Oggi vorrei completare quel ragionamento parlando di ammortizzatori sociali da erogare non a fini meramente assistenziali ma di sostegno al reddito e alla crescita. Vorrei parlare di REDDITO MINIMO GARANTITO in cambio di lavori socialmente utili.
La mia proposta per uscire rapidamente dall’attuale crisi occupazionale, che ricorda sempre più quella del ’29, non è di creare come fecero gli USA durante il New Deal milioni di nuovi posti di lavoro attraverso l’assunzione diretta da parte dello stato di disoccupati, precari, cassintegrati e in mobilità. Sarebbe bello, ma oggi non è pensabile almeno fintanto che non avremo gli Stati Uniti d’Europa e la nostra Banca Centrale Europea non avrà gli strumenti di cui dispone la Federal Reserve americana. Più semplicemente ( e rapidamente ) si tratta di offrire una RETRIBUZIONE minima ai disoccupati che consenta loro di vivere dignitosamente in attesa di trovare un’occupazione stabile e confacente alle proprie aspettative. Ho parlato di retribuzione perché il reddito minimo garantito non sarebbe un sussidio ma il corrispettivo per un lavoro svolto a favore della collettività in ambito sociale, ambientale dei lavori pubblici o dei beni culturali. Il contratto potrebbe ad esempio prevedere l’obbligo per il lavoratore di prestare la propria opera per 4 ore e di frequentare obbligatoriamente corsi di formazione e riqualificazione professionale nelle successive 4 ore.
Il risultato sarebbe quello di avere persone che riconquistano la loro dignità e che non si sentono di peso per la società. Avremmo persone attive che per un periodo più o meno lungo farebbero un lavoro magari poco gratificante ma che proprio per questo sarebbero invogliate a cercarsi un lavoro più confacente alle loro aspirazioni ( soprattutto economiche ) nel minor tempo possibile.
E ora un po' di numeri. In Italia ci sono circa 2,5 milioni di disoccupati: immaginiamo di offrire loro l’opportunità di un reddito minimo garantito in cambio di lavori socialmente utili ad un salario intorno ai 750 euro netti ( per 4 ore di lavoro ). Al lordo dei contributi sociali e delle tasse porterebbe ad un costo di circa 15.000 euro l’anno per l’ente pubblico che assume. Sono 37 miliardi, da cui però dobbiamo detrarre l’esborso per gli attuali ammortizzatori sociali che ammonta a circa 10 miliardi. Parliamo dell'equivalente di una manovra. Ma quale sarebbe l’impatto sulla crescita dell’economia e sulla società? Enormi.
Un vantaggio della proposta è che si potrebbe partire in via sperimentale in qualche regione o provincia e se funziona estenderla rapidamente a tutto il paese.
Meditate politici, meditate.
Premesso che non sono un’economista pur avendo fatto studi di economia e che nella mia vita lavorativa mi sono per lo più occupato di marketing, prendo spunto da un bell'articolo di Federico Rampini su La Repubblica ( “La Teoria Monetaria Moderna ci salverà dalla Grande Contrazione?” ) per dire che considero la Teoria Monetaria Moderna ( Modern Monetary Theory ) una risposta molto efficace, forse l’unica, per uscire dall’ attuale situazione di crisi che attanaglia l’Europa.
Sostenuta fra gli altri dall’economista americano James Kenneth Galbraith, essa trae origine e ispirazione dal pensiero di Keynes e, come tutte le teorie macroeconomiche, cerca di spiegare la struttura, il funzionamento e il comportamento delle economie nazionali. In sostanza secondo questa teoria, quando l'economia è in recessione, il governo dovrebbe intervenire e spendere soldi per fermare il declino, assegnando un ruolo benefico al deficit e al debito pubblico. Un vero pugno nello stomaco per chi pensa che il debito pubblico oltre il 60% del PIL sia un cancro da estirpare a qualunque costo.
Senza entrare nel merito della Teoria Monetaria Moderna ( non ne ho la presunzione ), essa riaccende la speranza per le nazioni più indebitate ( come la nostra ) che troverebbero una via d’uscita dalla crisi meno traumatica di quella che i paesi “virtuosi” come la Germania ci vogliono imporre.
Ma per applicarla è necessario che la banca centrale europea, o le banche nazionali, abbiano il potere illimitato di finanziare il deficit stampando moneta cosa che oggi nell’ Eurozona non si può fare. Perchè ciò sia possibile è quindi indispensabile che l’unione monetaria diventi al più presto unione politica e che un governo sovranazionale applichi la Teoria Monetaria Moderna a scapito di quella neoliberista che ha ispirato il Trattato di Maastricht e l’attuale politica miope del “ rientro forzato dal debito”.
Da europeista convinto ho già espresso il mio pensiero su questo tema nel mio precedente articolo ( "Prima la Confederazione Europea, Poi gli Stati Uniti D’Europa" ) e auspico che alle prossime elezioni politiche si formi una grande coalizione che metta al primo punto del suo programma il progetto di Confederazione Europea.
Una coalizione di italiani contro la crisi per vincere in Italia e in Europa.

GIUSEPPE MAZZINI il 15 aprile 1834 fondò a Berna la Giovine Europa. La Giovine Europa rappresentò un interessante esperimento di affermazione dei principi di fratellanza e associazione internazionale, un tentativo di organizzare una "santa alleanza" dei popoli in contrapposizione alla Santa Alleanza dei sovrani.
Oggi l' Unione Europea si trova ad affrontare la Santa Alleanza fra i debiti sovrani e la speculazione finanziaria internazionale e i singoli stati devono, senza indugi, uscire dal proprio isolamento ed egoismo nazionale ( o addirittura infra-nazionale, con le spinte secessionistiche che conosciamo ), per unire le proprie forze contro la crisi e per affrontare con decisione le sfide della globalizzazione. Certo nessuno si può illudere, solo grazie a questo rinnovato sforzo unitario, di uscire in tempi brevi dalla profonda crisi che attanaglia il mondo occidentale e di poter ricominciare a crescere come prima. La globalizzazione dei mercati e delle idee è inarrestabile così come il diritto dei paesi emergenti di continuare a crescere a scapito di noi europei e occidentali. Da tempo stiamo progressivamente cedendo parte della nostra ricchezza e del nostro reddito a favore dei paesi emergenti. In un mercato globalizzato la ricchezza e il reddito, secondo il noto principio dei vasi comunicanti, non può che ridistribuirsi su tutto il pianeta. Ed è giusto che sia così.
E' arrivato il momento per i tre grandi paesi che hanno contribuito a fondare l'attuale Unione Europea, Francia, Germania e Italia, di dare l'impulso per la nascita della Confederazione Europea. Molti altri stati, a partire da quelli dell’Eurozona, li seguiranno. Non lo farà probabilmente il Regno Unito che sappiamo non essere mai stato europeista fino in fondo e che continua a porre il proprio veto ad una politica comune sulle transazioni finanziarie. La City di Londra, d’altronde, per continuare a prosperare sui mercati finanziari vuole avere le mani libere e rimanere una porta d’accesso ai capitali di tutto il mondo. E con il rallentamento progressivo della crescita dell'Europa, i principali avversari di Londra sono ormai i mercati asiatici, non Francoforte e Parigi e nemmeno New York.
Una confederazione di stati e non una federazione di stati ( Stati Uniti d’Europa ). La federazione è un passo molto più impegnativo che potrà avvenire in una seconda fase, quando saranno maturi i tempi di un'unione più forte e profonda. L'evoluzione verso lo stato federale sarà comunque inevitabile perché le confederazioni rischiano di essere degli organismi instabili che, se non evolvono verso una vera federazione, c’è sempre il rischio che si riaffermino le singole sovranità statali sugli organismi confederali. Non commettiamo l’errore degli Stati Uniti ai tempi della guerra civile americana (1861-1865) e, più recentemente, dell’ex federazione jugoslava, che vollero affrettare i tempi di uno stato federale.
Ci vorrà dunque tempo perché la Confederazione Europea possa portare ad una rinascita del vecchio continente, ma solo grazie al suo potente sforzo collettivo sarà possibile immaginare un futuro migliore per noi ma sopratutto per i nostri figli. E perché sia migliore sarà necessario mettere in campo anche la forza delle idee. Perché la vera sfida non è quella di tornare ad essere i primi della classe in campo economico, ma quella di immaginare un nuovo modello di società che sappia spingersi oltre il miraggio di una crescita infinita e la strenua difesa di un benessere materiale ormai insostenibile. Un equilibrio fatto di elementi intangibili come la felicità dell'individuo .
Modificare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori non e' un'eresia. Non solo perché ci aiuterebbe a recuperare competitività rispetto agli altri paesi con cui dobbiamo confrontarci sui mercati internazionali, ma anche perché a ben vedere l'articolo 18 non ha mai impedito alle aziende di licenziare. Se vogliono licenziarti lo fanno comunque e non ti resta che trattare la cifra della buonuscita, con o senza l'intervento di un giudice. Semmai l'articolo 18 è un deterrente a licenziare con leggerezza e questo principio va salvaguardato. Come? Obbligando le aziende, come dice il professor Ichino, a garantire per un congruo periodo di tempo il reddito del lavoratore licenziato in attesa che trovi una nuova occupazione. Obbligando altresì le aziende a supportarlo attraverso le società di outplacement che con opportune attività di formazione e di aggiornamento lo aiutino ad individuare nel più breve tempo possibile nuove opportunità di lavoro. E al termine di questo periodo, se non sarà stato possibile trovare una nuova occupazione al lavoratore, dovrà intervenire lo stato con il reddito minimo garantito. In cambio il lavoratore licenziato, e chiunque si trovi suo malgrado senza lavoro, potrà essere impiegato in attività socialmente utili o per realizzare quelle infrastrutture che sono un motore straordinario per lo sviluppo e il sostegno occupazionale. Serve quindi una modifica allo Statuto dei Lavoratori che tuteli tutti e non solo quelli che un lavoro sicuro ce l' hanno già. Che definisca con chiarezza quali saranno gli ammortizzatori sociali e le giuste tutele per i lavoratori licenziati e che definisca le nuove tipologie contrattuali che, salvo casi eccezionali, dovranno essere a tempo indeterminato. Ovviamente è necessario un confronto aperto fra governo, sindacati, imprenditori e partiti politici ma temo che non sarà sufficiente: chi siederebbe al tavolo delle trattative per rappresentare i precari? I sindacati infatti tutelano principalmente, se non esclusivamente, i lavoratori a tempo indeterminato. Non escluderei quindi il ricorso ad un referendum. Gli italiani, quando si è trattato di decisioni importanti sul loro futuro e su quello dei loro figli, hanno sempre dimostrato molta saggezza.
L'attività economica nasce e si sviluppa nello spazio e nel tempo secondo rigidi principi: a seconda che un territorio disponga o meno dei fattori produttivi necessari per realizzare un determinato bene, da questo deriverà un vantaggio o uno svantaggio competitivo.
Da questo punto di vista l'Italia si è sempre trovata in svantaggio per ragioni oggettive, derivanti dalle sue croniche debolezze strutturali ( come nel caso, solo per citare un esempio, della carenza di materie prime ) e da un mercato internazionale spregiudicato e senza regole che non consente di competere ad armi pari sul fronte della globalizzazione.
La ricerca dunque di un altro modello di sviluppo e di un rinnovato equilibrio fra economia, società e territorio è diventata una priorità, perchè la folle ricerca della competitività ad ogni costo non ci garantisce la sopravvivenza in un'economia di mercato globalizzato, ma rischia bensì di provocare un pesante scollamento sociale che non ci possiamo permettere. E non ce lo possiamo permettere anche per ragioni di opportunità. il patrimonio ambientale e culturale dell'italia infatti, unito al suo tessuto produttivo costituito da micro, piccole e medie imprese manifatturiere ed artigianali, rappresenta un punto di forza su cui fare leva per innescare un nuovo modello di economia e di società a nostra immagine e somiglianza, dunque a misura d'uomo.
Si tratta quindi di trovare nel più breve tempo possibile un nuovo punto di equilibrio passando da un'economia di mercato ad un'economia "da" mercato, che riparte cioè dal territorio e dal suo mercato locale, dalle sue specificità e dalle sue eccellenze. Un equilibrio che non mira al mantenimento di un livello di benessere meramente economico e ormai divenuto francamente insostenibile, bensì alla coesione sociale e allo sviluppo armonico della comunità e delle relazioni. Un equilibrio fatto di elementi intangibili come la felicità dell'individuo .
Ieri ho partecipato ad un'interessante 'Open Day' organizzato alla Triennale di Milano da The Reinassance Link, l'associazione 'neo-rinascimentale' che cerca di rimettere al centro del pensiero economico capitalista valori come etica, estetica, centralità dell'uomo e del suo territorio, cultura del fare, artigianalità, sperimentazione, innovazione. Il tutto al fine di realizzare in Italia un nuovo modello di capitalismo responsabile, dove il vero plusvalore non è il profitto economico di pochi ma il benessere della collettività e lo sviluppo armonico delle relazioni fra gli individui.
Si sono alternate le presentazioni di alcuni progetti, opere, libri e storie di personaggi molto interessanti che spaziano dal nuovo modo di fare informazione sul web in modo etico e indipendente di ETicaNews, al Taccuino Mediterraneo di Stefano Petrucci dove il valore delle parole e di un nuovo modo di 'comunicare mediterraneo' si fonde con quello della carta, realizzata artigianalmente con materie prime ed ingredienti del Mare Nostrum, su cui vengono scritte.
Sull'esempio del Rinascimento fiorentino, la sfida è dunque quella di aiutare nuovi talenti e imprenditori illuminati che sappiano accompagnare il nostro paese fuori dal tunnel di una crisi economica e di valori che rischia di precipitare l'Italia in un lungo periodo di oblio, di decadenza e di oscurantismo.
Abbiamo ormai capito che non possiamo competere con paesi come India e Cina se non ripartendo dalle nostre peculiarità e dalle nostre radici. Meglio rallentare e ripensare in piccolo piuttosto che proseguire nella competizione suicida in nome della crescita voluta da un capitalismo globalizzato e senza scrupoli.
A differenza di quanto avvenne nel Riascimento, oggi la consapevolezza di questi temi è patrimonio comune di una larga parte della popolazione, e l'elite intellettuale che si sta adoperando per diffonderli ha l'opportunita di veder realizzato il sogno di una rinascita, morale prima che economica, in tempi più brevi di quanto si possa immaginare.
Avanti dunque sulla strada di un nuovo umanesimo che sappia sviluppare quelle eccellenze che ci hanno resi famosi nel mondo. Eccellenze di tipo culturale, artistico, ambientale, sociale e infine anche economiche, perchè la bellezza del nostro paese non è in vendita.
Per approfondire:
Fare impresa secondo principi etici prima che economici, significa abbandonare la logica della crescita e del profitto ad ogni costo, lasciando spazio ad una nuova idea di sviluppo armonico delle relazioni fra imprese, società e ambiente.
Lo "Slow Marketing Aziendale" è finalizzato all'individuazione e al soddisfacimento dei bisogni del consumatore secondo questi principi, consentendo lo sviluppo di un tessuto produttivo territoriale più consapevole che, pur perseguendo un giusto profitto, sappia nel contempo offrire concreti benefici economici, sociali e ambientali al territorio in cui opera. Si tratta quindi di un nuovo approccio di "marketing sostenibile" dove l'equazione tempo=denaro, tipica dell'attuale sistema capitalistico globalizzato che persegue la crescita e la competizione ad ogni costo, lascia spazio all'equazione sostenibilità=sviluppo.
Come si caratterizza dunque una "Slow Marketing Enterprise" (SME) secondo questo nuovo modello di impresa?
Una SME può essere tipicamente definita in due modi:
- Una piccola azienda artigiana,commerciale o di servizi, fortemente caratterizzata per la sua valenza e specificità a livello locale.
- Un' azienda locale che avendo sviluppato prodotti o servizi eccellenti e unici, ambisce ad allargare la propria presenza su mercati più ampi ( regionale, nazionale, internazionale, globale ), mantenedo però saldi i principi etico-sociali di base anche a scapito di una rapida crescita economica e dei profitti.
Le caratteristiche ideali di una SME sono:
1) Utilizzare per la produzione e per i trasporti energia prodotta prevalentemente a livello locale. Al fine di ridurre al minimo le emissioni di CO2, minimizzare l'uso di energia fossile.
2) Produrre beni e servizi che soddisfano innanzitutto i bisogni della comunità locale, privilegiando l'utilizzo di manodopera locale. Non dipendere dalle importazioni tranne che per prodotti unici ed essenziali ( es: computers ).
3) Non mirare solo al profitto reinvestendo una parte degli utili a beneficio della comunità locale. Minimizzare i divari salariali fra imprenditore, personale direttivo e gli altri lavoratori.
4) Offrire la possibilità ai dipendenti e alla popolazione locale di investire nell'impresa, consentendo loro di avere diritto di voto nelle scelte di indirizzo strategico dell'impresa e di distribuzione degli utili.
Lo sviluppo di un tessuto produttivo con valenze economico-sociali di questo tipo, richiede una forte lungimiranza di tutti gli attori coinvolti nel processo: imprenditori, lavoratori, istituzioni locali. Per questo motivo le SME e la loro attività di "Slow Marketing Management", vanno sostenute da concrete misure di marketing territoriale che rientrano nei doveri di una classe politica eticamente responsabile.
C'era un tempo in cui la terra era in grado di soddisfare pienamente i bisogni primari della popolazione e a quell'epoca pochi davano importanza al denaro: quello che contava era avere molta terra.
Il surplus di produzione agricola fece però nascere il mercantilismo e l'idea che grazie al denaro e alla sua moltiplicazione la crescita economica potesse essere infinita. Ma con la crescita economica e il benessere, iniziò a crescere in modo esponenziale anche la popolazione.
La crescita era diventata una condanna che ci trasciniamo ancora oggi: per mantenere il benessere e un livello di reddito pro capite adeguato per la popolazione, bisogna continuare a crescere. Ma la crescita della popolazione è più veloce della crescita del PIL e non abbiamo le risorse, sopratutto energetiche, sufficienti per mantenere questo ritmo di sviluppo: la crescita può essere infinita, le risorse del pianeta no.
Siamo arrivati al punto in cui la nostra specie rischia una rapida involuzione ( molto più rapida della sua evoluzione ), a meno che non si torni a ragionare in termini di terra e di bisogni primari, non di denaro.
Serve quindi un nuovo modello di sviluppo sociale che partendo dalla consapevolezza dei nostri limiti, torni a mettere al centro il territorio in cui viviamo e le sue risorse umane prima che economiche. Anche se questo significa accettare l'idea della decrescita, riscopriremo che la terra può darci tutto quello di cui abbiamo bisogno per vivere.
Per sempre? No, solo fino a quando non scopriremo nuove e rilevanti fonti di energia pulita e a basso costo che ci consentano di riprendere, in modo sostenibile, il cammino della crescita economica.
Prendiamola come una vacanza intelligente, non come un drammatico ritorno al passato e smettiamola di raccogliere senza seminare, se non vogliamo passare inevitabilmente dall' involuzione all'estinzione della specie.
Nello sport, il time-out è una pausa nel gioco. Questo permette agli allenatori di entrambe le squadre di comunicare con i propri giocatori, per adottare una nuova strategia di gioco o per infondere fiducia in un momento di difficoltà.
Anche nella vita ci sono momenti in cui è meglio fermarsi e riflettere sui nostri errori e oggi quel momento è arrivato, almeno per noi "ricchi" occidentali. Fermarsi per poi ripartire con nuovo slancio perchè il progresso, almeno io credo, non si può e non si deve fermare.
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